Poetry
Into Paradiso
19 maggio
26 maggio
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di Lee Chang-dong.

Quando il cadavere di una ragazza affiora dalle acque di un fiume, qualcosa nella quotidianità di Mija – badante part-time affetta da alzheimer – si incrina man mano che scoprirà di più sulle ragioni che hanno portato al suicidio della giovane.
La morte scorre sul fiume, placido ma incessante, e la tranquilla vita di provincia, fatta di routine e coazioni a ripetere, viene turbata dal macabro inaspettato, cercando disperatamente di riassorbirlo nella propria bambagia protettiva.
Chi era già al di fuori - come la sensibile Mija, nonnina smemorata che tende a soffermarsi su particolari per i più insignificanti, come la quiete degli alberi o il colore dei fiori – paradossalmente possiede gli strumenti, o gli anticorpi, necessari per misurare l'orrore come merita.
Dopo i travagli religiosi di un'altra protagonista femminile, squassata dal lutto, in Secret Sunshine, Lee Chang-dong si sofferma ancora sulla provincia coreana per indagare sui semi del male – provincia e male, cadaveri sul fiume, quasi fossimo di nuovo a Twin Peaks - piantati da una società indolente nel suo vuoto di ambizioni e asservita al denaro come unico scopo della propria esistenza.
In Secret Sunshine la crisi personale di una donna viene affrontata attraverso il suo rapporto conflittuale con la religione cristiana, in Poetry il travaglio è passaggio imprescindibile per approfondire l’esperienza sensibile (e quindi artistica).
La poesia, anche ridotta alla sua forma più elementare, è per Mija il motore della riscoperta del sentimento nei luoghi e nelle sue manifestazioni più inattese.
La macchina da presa, mossa da Lee con il giusto garbo e il minimalismo di chi sceglie di osservare anziché di trascinare via con sé, si adegua al ritmo di Mija e al suo percorso lento, sofferto e soggetto agli sbalzi di una memoria ingannatrice; una via tortuosa e collaterale alla (sua) verità, che arriva dove si ferma quella dritta e immediata.
Dopo aver sconvolto la consecutio dell'intreccio per indagare nel rimosso di un popolo in Peppermint Candy, Lee Chang-dong scardina una volta ancora le regole non scritte della narrazione, alterando il ritmo di un cinema che – in Corea come in Occidente – procede spedito, a marce (spesso inutilmente) forzate.
Poetry sembra quasi un controcanto di Mother, un altro dei più importanti film coreani degli ultimi anni, anch'esso incentrato su una donna anziana in difficoltà.
Pattern solo apparentemente analogo, dalle conclusioni opposte: dove Bong Joon-ho insegue archetipi che rimandano al classicismo della tragedia greca, Lee resta vicino all'uomo e al particulare, prediligendo la via della semplicità.
Sorretto dall'interpretazione strabiliante di Yu Junghee, tornata a recitare appositamente per lui, Lee Chang-dong aggiunge un altro poderoso capitolo alla sua inquietante indagine nelle pieghe meno gradevoli dell’animo umano. 
di Paola Randi.

Alfonso è un ricercatore universitario: timido, impacciato e drammaticamente precario.
Alla notizia del suo licenziamento, decide di rivolgersi ad un vecchio amico d'infanzia, un politico in ascesa, nella speranza di ricevere una raccomandazione.
Ottenuto il favore, viene coinvolto in una resa dei conti tra camorristi e, costretto a scappare, si rifugia nel piccolo appartamento sul tetto di Gayan, un ex campione di cricket srilankese.
La convivenza forzata tra i due permetterà la nascita di una solidarietà umana che cambierà le loro vite.
Napoli è una città vitale, dove la multiculturalità - secondo la regista Paola Randi - detta legge, anche quando camorra e malavita seminano terrore. Il suo esordio al lungometraggio è un gioiello che brilla della luce vigorosa degli abitanti napoletani.
Classicismo e sperimentazione si alternano come pesi di una bilancia che carica una storia complessa e ricca di riferimenti all'attualità.
La rappresentazione della politica, infatti, è in linea con l'immagine dei governatori italiani; come dice Alfonso nel film, i "politici mangiano tutto", dimostrando con un'espressione breve e incisiva l'arraffamento smanioso della classe dirigente italiana.
La dignità osannata ma mancata del politicante sta in mezzo ai due estremi, Alfonso e Gayan. Il luogo dell'incontro tra quest'ultimi, chiamato realmente "Paradiso" dalla comunità singalese che ci abita, è un mondo a sè, distaccato da Napoli per tradizioni popolari ma vicino alla città per esuberanza di colori.
Lo spaesamento di Alfonso è indice di un'ingenuità atavica che tende a perdonare tutto, a livellare su uno stesso piano ciò che è buono e cosa non lo è affatto, la gente per bene e i camorristi.
L'ironia con la quale la regista si diverte a raccontare queste contraddizioni passa attraverso scenette esilaranti che prendono in giro le abitudini private dei cittadini: l'ossessione per le telenovelas e l'incontentabile signora borghese che sfrutta Gayan come badante.
La leggerezza che ne consegue smorza i toni tragici dell'intreccio, senza però appiattire i temi trattati.
La denuncia di una malavita distruttiva rimane in primo piano. Ma allo stesso tempo la possibilità di una conciliazione tra due mondi diversi come quelli di Alfonso e Gayan mette il punto sulla speranza.
L'estrosità dello stile registico e la forza dei contenuti dimostrano come sia possibile contribuire alla resistenza del cinema italiano con coraggio e sfrontatezza.
Malgrado qualche lieve caduta di sceneggiatura, un debutto del genere va difeso senza tentennamenti.